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sabato 7 novembre 2015

Dei ragazzi della scuola e dell'amore - nona puntata

Ci avviciniamo alla fine di quest'avventura dei nostri ragazzi

NONA PUNTATA

Cap. 6 Il brivido sulla tua pelle

Venne il tempo dei preparativi natalizi. Ognuno fu preso dalla “febbre” dei regali.

Si progettavano cene, si prenotavano viaggi. Come ogni anno in oratorio si pensò di adornare le stanze e la cappella maggiore. I Confratelli pensarono ad organizzare per le festività dei gazebo in piazza Maggiolini. Le idee fioccavano, ma Guido e Fabrizio parevano particolarmente ispirati e coinvolsero Romoaldo. Don Vittorio nell'omelia domenicale focalizzò l’attenzione sulla necessità di sentire dentro di sé la nascita del Cristo e pose l’accento sui valori che ognuno doveva coltivare nel cuore; il natale “non è solo espressioni esteriori di gioia, sebbene queste siano corrette”, concluse.

I ragazzi a modo loro sentivano le festività: assenza di scuola, mattinate a dormire dopo le ore piccole, e giornate intere all’aperto con gli amici, nonostante il freddo. Romoaldo era impegnato coi preparativi dei Confratelli. Gli amici, invece, scorrazzavano per la cittadina. Ma anche lui, finiti gli impegni all’oratorio, si univa volentieri a loro. In questo periodo gli studi andavano a rilento, ma era comprensibile.

La mattina di S. Stefano Gianni telefonò a Martina. Era presto e lei rispose a fatica.

- Non ho dormito tutta la notte. - Disse con voce turbata.

- Cosa è successo?

- I miei sono usciti, vieni qui, voglio farti leggere una lettera.

- Sto andando da Isabella, la mia amica. Ci possiamo vedere alle undici?

- Non ho dormito tutta la notte, Martina, ho ricevuto una notizia che mi fa stare male.

- Va bene, Gianni, dammi il tempo di arrivare da te.

Martina corse con lo scooter. Tagliò qualche stop, arrivò in un attimo.

- Cosa è successo? - Aveva gli occhi sbarrati.

- Guarda, leggila, prima che arrivino i miei.

- Dove sono andati? - Gli chiese prendendo in mano una lettera.

- A fare spese, o almeno così mi hanno detto.

Lesse attentamente le prime righe, poi disse di botto:

- Ma i tuoi divorziano! Ma perché? Non ne sapevi niente? - Lo riempì di tutte domande che le uscirono a raffica, senza ascoltare la risposta che aveva cominciato a darle Gianni, il quale ripeté, una volta calmata:

- Sì, a quanto pare divorziano. Deve essere la lettera che l’avvocato di mamma ha mandato a mio padre.

- Come l’hai avuta?

- Cercavo il portafogli di mio padre. Quando ho bisogno di soldi lo faccio, poi glielo dico.

- Non ne sapevi niente, vero?

- No. - E ci fu un sordo guardare, un brivido; un accecante dir nulla. Entrarono in camera, riposero la lettera nel cassetto, tra i documenti dove l'aveva trovata il giorno prima Gianni, tra le camice di raso del padre e le cravatte mai usate negli ultimi anni.

- Ma dalla lettera pare che tua madre dia la colpa a tuo padre di aver fatto qualcosa.

- Era nel comodino di mio padre. Lui sa, dunque, l’ha ricevuta. Saprà anche cosa ha fatto, è un grande …

Non finì la frase, un singhiozzo di emozioni gli bloccò la voce. Martina lo abbracciò e gli carezzò il viso teneramente.

- Cosa faccio ora? Dico che lo so? Faccio finta di niente? E dove saranno andati i miei? Non capisco più niente.

- Ascolta … - disse la ragazza - … telefona ai tuoi per avvisarli che vieni a casa mia, mangia da me oggi ... così avremo il tempo di pensarci su.

E così fecero. Non dissero nulla agli altri amici, Gianni non se la sentiva di sopportare la sequela di domande e di suggerimenti che ne sarebbero scaturiti.

Il pomeriggio i due passarono al baretto, fecero in tempo a sentire la discussione già in corso:

- Mi sono rotto, lo studio non fa per me … così come vi ho detto a gennaio mi ritiro, ho già un posto all’agenzia immobiliare di mio zio, quella vicino al comune. - Disse Diego risoluto.

- Ma fai bene. - Ribatté Luigi. - Io non posso, i miei mi ammazzerebbero, ma mi sono stufato. È dura studiare sempre, gli ho proposto di cambiare indirizzo di studi … niente da fare … allora m'impegno giusto il poco per sopravvivere.

- Pare proprio che non ci capiscono. - Anche Riccardo aggiunse lamentele su lamentele.

- Sempre i soliti discorsi su quanto è difficile guadagnarsi da vivere … ma cavolo e i nostri problemi?

- Ma cosa farai Diego? - Chiese Gianni. - Non ho sentito, sono arrivato adesso.

- Agente immobiliare con mio zio Cesare. È uno a posto, ci puoi parlare, capisce i giovani. M'ha detto che m'insegna tutto lui, l’agenzia è sua.

- Ma tu sei matto.- Interruppe Mara. - Ma non puoi fare entrambe le cose? Se ti piace andare a lavorare con tuo zio ci vai nel pomeriggio.

- Sì, e quando mi diverto?

- Ma se lui non fa un bel niente tutto il giorno, te lo vedi ad impegnarsi a scuola e in più al lavoro? Ah ah ah … - Rise di gusto Luigi.

- Ma piantala imbecille!

- Dai un pò è vero. - Rise di gusto Sergio. - Non hai voglia di fare un bel niente.

E la conversazione continuò su questi toni. Gianni comunque ne trasse beneficio perché almeno s'era distratto dal pensiero dei suoi, finché ricevette una telefonata dalla madre che gli chiese di tornare a cena.

Rispose poche parole e con distacco.

In casa non disse niente della lettera. Decise così, forse perché c’era spazio per un chiarimento, per una riappacificazione, e attese gli eventi. Ma una cosa lo turbava fino nel fondo dell’anima. Qualunque fosse la causa, di chiunque fosse la colpa, l’amore per un figlio non era sufficiente a superarla? Non riuscivano a perdonare? Cominciò a detestare i suoi genitori, cambiò atteggiamento con loro, divenne indisponente e tagliente. La cosa che maggiormente lo colpì fu che loro a questi cambiamenti non ci fecero caso; erano troppo presi ad ascoltare il loro dolore e a odiarsi l’un l’altra. Quelli erano giorni bui.

Passò pian piano l’inverno. Tra proponimenti di studi, nuove sfide per il lavoro, e pensieri indifferenti verso i genitori. Cominciarono le severe battute d’arresto nei rendimenti scolastici, cominciarono compiti in classe e, insieme all'ultima neve, fioccavano anche voti mediocri, bassi: per alcuni molto bassi.

Pareva che i prof fossero diventati più severi, o gli argomenti più difficili. Chissà forse la vita al di fuori della scuola distraeva facilmente i giovani di quell’età, e il calo dei voti serviva proprio a rimetterli in carreggiata. Il fatto è che agli studenti provocarono soltanto rabbia e frustrazione.

Diego pareva andare a gonfie vele all’agenzia dello zio. Aveva assunto l’aria di un esperto venditore incravattato, ma aveva molto da imparare su proprietà, diritti reali o personali e sul modo di trattare con i clienti; lo zio dovette avere molta pazienza con lui.

Sergio passava i pomeriggi al baretto o a scorazzare col ciclomotore. Aveva talento per il calcio giocato ma non si era mai impegnato in qualcosa che non fosse obbligatorio: calcio o altri sport. Era un appassionato, però, e compilava schedine su schedine tra totocalcio e superenalotto, a ritmi ossessionanti. Spesso coinvolgeva gli amici convincendoli con elaborati sistemi di sua invenzione.

Luigi era ormai guarito e alla fine dell’inverno aveva ripreso a pieno ritmo le attività. Era un patito di motori, non si perdeva in televisione una prova o una gara di qualsiasi cosa avesse a che fare coi pistoni. Il box di casa sua era enorme e il padre gli aveva dato il permesso di attrezzarvi, in fondo al locale, una piccola officina dove passava molto tempo a fare esperimenti e ad elaborare i ciclomotori per gli amici. Isabella si appassionò anch’ella alle gare, frequentandolo. Spesso si chiudevano in casa per ore a vederle. Non litigavano molto, l’unico motivo era l’altra passione di Luigi, la birra. Lei sospettava che fosse passato anche ai goccetti di superalcolici e fu un'aspra battaglia.

Riccardo era il più scanzonato. Il più allegro. Era decisamente un bel ragazzo. Brillante e col grano sempre in tasca. Non aveva una ragazza fissa. Sentì in un film che amarne una sola equivaleva a odiare le altre, allora usava dire, scherzando, che aveva il cuore tenero. Aveva la parlantina sciolta e la risposta pronta. Viveva la vita come sa viverla un simpatico mascalzone: il fatto è che coi suoi 15 anni sapeva farsi voler bene da coloro che conosceva.

Gianni dimenticò la storia dei genitori, o meglio, li ignorò. Loro non gli dissero mai nulla e per questo li detestò ancora di più; pensava volessero tenerlo fuori dalle cose che ritenevano importanti, così creò una sorta di muro, si dedicò alla sua gioventù, alla ragazza e agli amici. A calcio dava il massimo, il campionato andava bene, erano terzi. Non beveva mai troppo, era severo con se stesso se ad una cosa ci teneva. Era forte fisicamente ma, nonostante la stazza, era assai agile. Giravano voci che qualche grosso club poteva interessarsi a lui, visto che si faceva notare a suon di gol; era il capocannoniere alle interregionali. Con Martina alti e bassi, come per la maggior parte dei ragazzi di quell’età. Lei era innamorata della sua personalità di leader. Lui era meno romantico ma ci teneva a lei, più di ogni altra cosa.

Romoaldo era un sognatore, scriveva continuamente racconti, frasi e poesie. Aveva fatto leggere qualcosa soltanto a Mara, che ne fu entusiasta e propose a Don Vittorio di prendere il giovane come collaboratore alla stesura del prossimo testo teatrale.

Don Vittorio dopo aver letto alcuni suoi brani accettò di buon grado, non prima di averlo indottrinato in merito alla linea culturale della parrocchia. In oratorio Romoaldo strinse un’amicizia profonda con Alberto e Sergio, due confratelli molto gentili e profondi. Con loro passava parecchio tempo a chiacchierare durante le attività. Non mancavano tensioni e sgarbatezze, tra volontari; del resto ci sono in ogni luogo frequentato da molte persone, pensava, e occorreva capire con chi avere a che fare. Gli studi andavano bene, sebbene anche lui ebbe alcune difficoltà a tenere il passo. I mesi tra gennaio e marzo possono essere pesanti per chi studia. Ma, tutto sommato, era un buon periodo per lui, ragazzo timido e sensibile. Mara lo adorava, aveva notato il suo sforzo per entrare nel mondo che lei frequentava, e le amicizie che si era fatto; aveva notato che gli piaceva quel mondo.

E così arrivò primavera.

Aprile ha un suono particolare, di neve disciolta, di luce frangente, di verde smeraldo … ha piccole macchie brillanti del sole che muta e soffi di vento umido che attende nei prati. Ha voci di grilli nascosti, di fiori recisi, di tiepidi corsi d’acqua piovana. Ha palpiti forti di giovani amanti, di piccole storie che muovono il cielo, di nuovi sorrisi e baci cercati … d’aprile si veste l’amore.

sabato 31 ottobre 2015

Dei ragazzi della scuola e dell'amore - ottava puntata

ancora con i ragazzi

OTTAVA PUNTATA

Cap. 5 Martina e Gianni 

Era da poco iniziato dicembre. Una domenica mattina alcuni amici, giunti all’ospedale a trovare Luigi, videro che stava meglio. Si stava riprendendo, anche se parlava ancora a fatica. L’ematoma che aveva interessato la testa stava regredendo. Non lo affaticarono e si risolsero a brevi saluti, ai baci e a strette di mano. Usciti dal reparto, Gianni confessò al nostro amico che con Martina le cose andavano male.

- Sì, è venuta da me qualche giorno fa dicendomi che tu facevi la corte ad una ragazza di prima C. Ho provato a smentire, Gianni, ma non mi ha creduto.

- Praticamente mi ha lasciato, Romo, e non ci sto dentro. La chiamo continuamente ma non risponde, si fa negare. M'ha detto che ha parlato con sua madre e che anche lei le ha consigliato di mollarmi. Ma che cavolo, non può farsi i fatti suoi quella! Tutto il giorno a far niente ma quando c’è da rompere le scatole è la prima. Romo … se hai consigli lo sai che ci tengo al tuo aiuto.

- Sì, ma cosa posso fare, non posso parlare io per te.

- No, devi solo darmi un'idea, uno spunto, qualcosa che la convinca che la amo e la faccia tornare da me.

- E ti sembra facile? cosa posso dirti?

- Romo, dai, aiutami. Lo scriverei a tutto il mondo che la voglio, io che le voglio bene, davvero!

- Lo scriveresti … hai avuto un’ideona! Scriviamolo sulla strada davanti a casa sua a caratteri cubitali, con la vernice, questa notte, io e te; scriviamo che la ami con lettere tanto enormi, così gigantesche, da divenire onde del mare agitato.

- La amo? Proprio così dobbiamo scrivere, Romo?

- La ami! proprio così, se vuoi convincerla devi esporti.

- Ma lo leggeranno tutti. Scriviamo che non so stare senza di lei, e che sta sbagliando tutto…

- E che la ami, hai paura a dirlo? … e che ti manca, se la vuoi rivedere!

E così fecero. Comprarono due rulli una tanica di bianco e si vestirono con abiti adatti. Erano pronti ad affrontare l’ennesima sfida per l'amore, quello eterno, quello inviolabile, quello che baciava il destino in fondo alle loro vite.

- Perché le ragazze queste cose non le fanno? - Si lamentò Romo con l'amico. - Solo noi siamo disposti a gesti ridicoli pur di farci notare.

- Forse perché non vogliono faticare come noi. O forse perché hanno altri argomenti per farsi notare... non lo so, insomma

- E stasera avrei dovuto ripassare letteratura per l’interrogazione di domani. - Disse sconsolato Romoaldo.

- Dai Romo tra amici. Poi quando avrai bisogno ...

E durante quelle elucubrazioni trasportavano a fatica la tanica e tutto l’occorrente, in precario equilibrio sul ciclomotore che ciondolava ubriaco. Dondolando ad ogni metro presero a discutere animatamente della frase da scrivere.

- Ti faccio la foto Gianni. - Disse ridendo.

- Per favore dopo quello che è successo con le campane no, eh!

Dopo un breve tratto in motorino arrivarono al viale Matteotti e si prepararono. Cominciarono dall’inizio con lettere che erano grandi quanto l’intera carreggiata, da un lato all’altro.

- Bisogna fare attenzione a scrivere correttamente, perché con lettere enormi e così lentamente è facile confondersi e sbagliare. - Disse Romoaldo, e poi aggiunse: - Per non scrivere il nome di Martina useremo il vezzeggiativo che le hai dato tu, Gianni.

- Il nomignolo, vuoi dire, tipo cara, pussy, gattina?

- Sì sì, proprio quello.

Quindi cominciò l’impresa. Gianni prese il rullo e tracciò la prima lettera. Per la seconda Romoaldo non fece in tempo a finirla che giunse una macchina.

- Cavolo se continuano a passare ci rovinano il lavoro. Disse con rabbia Romo.

- Sì, dobbiamo tirare i rulli così la vernice asciuga prima, - spiegò Gianni. - Ci metteremo più tempo ma è l’unico modo.

- Azz…

In un modo o nell’altro, e qualche volta interrotti, finirono dopo un’oretta abbondante. Tempo tutto sommato accettabile. Si erano impegnati, e ci avevano preso gusto. Forse troppo: poiché cominciarono a pensare cosa scrivere in altre vie, magari per prendere per i fondelli gli amici.

- Aspetta, prima di andare via rileggiamo il tutto.

- Sì, ammiriamo la nostra opera d’arte!

La scritta era lunga circa 60 metri, spropositatamente enorme: “Non posso stare senza di te, Ciccina. Non spezzarmi il cuore. Siamo nati l’uno per l’altra. Mi manchi, TI AMO, G.”.

Calcolarono il tutto in modo che risultasse la parola “cuore” proprio davanti a casa di Martina. Poi Gianni, preso un pennello, le volle disegnare un cuore sul muro di cinta. Ci pensò ancora e scrisse un grosso “TI AMO” sulla via di fronte alla sua villa.

Poi lasciò un cuore su ogni albero lì vicino. Insomma l’amico dovette fermarlo allorché stava iniziando, con le suole imbevute nella vernice, a tracciare le orme dei passi davanti a casa di Martina con l’intenzione di arrivare fino alla propria casa.

Faceva freddo ormai, quel freddo che ti entra nelle ossa, ed era tardi. Ma la missione era compiuta, comunque. Nessuno li aveva visti e agli altri non lo avevano detto: e tutto era andato liscio. Gianni mandò un SMS a Martina dicendole che la mattina seguente avrebbe avuto una piacevole sorpresa guardando la strada di casa sua.

Nulla da dire su quell'idea: tali cose colpiscono le ragazze. Colpisce l’impegno, la fantasia, la forza d’animo. La volontà dei ragazzi di metterle al centro delle loro attenzioni. Le parole erano forse un pò scontate, ma di sicuro effetto.

E lei alla sola vista della loro opera d'arte impazzì per Gianni, cotanto amore le aveva toccato il cuore.

Lo chiamò prima di andare a scuola. Lo accolse a braccia aperte all’entrata, e nell’intervallo corse nel corridoio per vederlo e stare con lui. Insomma era cotta a puntino. Ne parlarono le sue amiche per giorni. Ne fu fatta una sorta di reportage fotografico da molti ragazzi della scuola. Gianni era un bel ragazzo e per di più brillante: erano la coppia più invidiata a scuola in quel momento.

Passò qualche giorno e dicembre s'accorciò. C'era un freddo pazzesco e gli amici si chiudevano per qualche ora nel bar della piazzetta fino a che ognuno andava per la propria strada.

Romoaldo aveva iniziato a frequentare assiduamente l’oratorio. Don Vittorio lo teneva d’occhio, e quando non c’era lui lo faceva controllare praticamente a vista da alcuni giovani di cui si fidava. Era pur sempre uno degli autori della scampanata. Pian piano i suoi convincimenti ebbero la conferma: era un tipo un po' nelle nuvole ma aveva un animo nobile e sensibile. E infine quel ragazzino gli piacque, così lo invitò a dare una mano al teatro della parrocchia in maniera assidua, cominciando con montaggio e smontaggio. Don Vittorio aveva chiesto ad alcuni dei Confratelli, genitori che sbrigavano volentieri le questioni pratiche delle attività parrocchiali, di prendere sotto le loro ali protettive il fanciullo, e di farlo lavorare.

Così Paolo, Claudio, Emanuele, Giovanni, Tonino e altri divennero pian piano suoi amici. Avevano in media 30-35 anni più di lui, ma divennero affiatati compagni di lavoro nei preparativi delle attrezzature del palco per gli spettacoli.

Un bel giorno, per la precisione un sabato pomeriggio di metà dicembre, al baretto si presentò anche Luigi. Ci fu festa ed emozione tra gli amici. Era finalmente uscito dall’ospedale. Tutti si strinsero intorno a lui.

Dapprima gli chiesero le condizioni di salute, poi quando sarebbe tornato sui banchi di scuola. Quindi fu il turno di far vedere le cicatrici dell’incidente e di spiegare una per una come se le fosse procurate. Insomma erano davvero entusiasti di riabbracciare l’amico ritornato.

- Offro un giro di birra per Luigi. - Disse Gianni.

- E Isabella? L’hai più rivista, Luigi? - Chiese Mara.

- Sì, sì. Mi è venuta a trovare spesso, è stata carinissima. Dovrebbe venire qui anche lei.

- No, io no la birra, una coca cola. - Disse Riccardo, che tutto sommato aveva salutato Luigi ma se ne stava un po' in disparte: Luigi lo aveva notato.

- Non bevi una birretta con me come ai vecchi tempi, Ricky?

- Cosa? No, io no.

- Dai ci tengo. Come ai vecchi tempi Ricky. - E gli diede una pacca sulla spalla.

A questa manifestazione di amicizia ci fu silenzio. Era importante, cementava il gruppo e nessuno voleva perdersela. I due si guardarono un attimo negli occhi. Poi Riccardo confessò:

- È stata colpa mia Luigi, e tu ancora mi parli?

- Colpa di cosa?

- Non te lo ricordi? La statale, io che ti incitavo a correre?

- E allora? Colpa tua perché?

- Per colpa mia sei caduto e quasi ti ammazzavi!

- Ma cosa dici. E poi non ricordo granché. Io so che tu mi hai aiutato, no?

- Non ricordi che avevamo bevuto tutto il pomeriggio? Io avevo bevuto di meno però; tu t'eri sbronzato subito e io facevo finta di bere ancora. Eri piegato!

- E allora? Quante volte l’ho fatto io, o un altro, non si era obbligati a bere.

. Ma mi ero reso conto che guidare per te era pericoloso, sbandavi, ti alzavi in piedi, chiudevi gli occhi e ridevi come un matto, ma io non ho fatto nulla per fermarti, volevo solo divertirmi, ero euforico.

Riccardo guardò fisso nel vuoto e cominciarono a lacrimargli gli occhi. Nessuno parlava. Luigi mise il bicchiere sul tavolo. Prese il telefonino dalla tasca e cominciò a toccare i tasti quasi come per distrarsi, ma stava pensando alle parole udite.

- Scusami Luigi. Sono un bastardo, ma non volevo che ti succedesse questo.

Poi Riccardo si alzò e andò verso l’uscita, fermandosi alla porta. Non guardò indietro, si mise il cappello, prese il casco e le chiavi del motorino e uscì.

Gli amici rimasero senza parole, impietriti. Luigi l'aveva visto uscire, senza seguirlo con lo sguardo. Poi mise il telefono sul tavolo, si alzò un pò a fatica e guardando Riccardo gridò:

- Ricky! … Ricky … aspetta. E andò verso di lui.

- Dimmi.

- Tu non volevi farmi del male, secondo me eri storto di birra anche tu, almeno un pò. Sei il mio migliore amico e ora bevi con me altrimenti mi offendo.

Sorrise Riccardo.

- Ma come, io mi sono comportato da idiota e tu sei ancora mio amico?

- Sono fatto così. - Disse scherzando.

- Sei fatto male, Luigi, ma sei un grande. Sei un amico.

- Allora, bevi?

- Sì, ma non la birra, credimi non ho più il coraggio di bere dopo averti visto per terra privo di sensi. Ho avuto ... paura che fossi morto. Sono morto anche io con te su quella strada.

- C’era un angelo con me, Ricky, un pò bevuto, ma c’era … mi hanno raccontato tutto, sai.

Intanto i ragazzi uscirono pian piano per raggiungere i due amici e tirarono un sospiro di sollievo vedendoli insieme. Era un freddo pomeriggio quello alle porte dell’inverno. Scendeva un vento gelido, al sapore di neve, portava le montagne, e l’aria, quasi divertita, correva giù fino a noi, in pianura, veloce foriera di fiocchi imbiancati.

sabato 24 ottobre 2015

Dei ragazzi della scuola e dell'amore - settima puntata

seguiamo ancora i nostri ragazzi


SETTIMA PUNTATA

Venne l’ora prima della cena. Il padre di Romoaldo tornò a casa dopo il lavoro, salutò tutti e il nostro amico lo salutò con educazione, dopodiché si chiuse in un mutismo colpevole, di quei silenzi che soffocano l’anima. Andò nel suo letto e fece finta di studiare, mentre dentro moriva di vergogna. La madre lo chiamò per cena e, quando vide che si era addormentato, lo svegliò dolcemente, come solo una madre sa fare.

La cena passò velocemente e Romoaldo fece per andare a dormire di nuovo quando il padre lo chiamò. Era quasi l’ora che andasse in parrocchia. Romoaldo capì che voleva parlargli di questo e lo affrontò con la speranza che qualcosa si chiarisse.

Il padre si chiuse in camera con lui. Lo guardò per qualche istante. Poi tese la mano verso di lui.

- L’hai fatta grossa Aldo - così abbreviava il nome del figlio - ci hai deluso e noi ci siamo arrabbiati molto con te. E’ giusto che tu sia punito.

In quel momento entrò la madre. Non disse niente, ascoltò il marito.

- Ma io non devo desiderare di picchiare mio figlio, non devo arrivare a quel punto … ieri per qualche istante avrei voluto … ho sbagliato … errore mio, non deve capitarmi più … ma tu limitati Aldo, non so come dirtelo, non portarmi a desiderare cose del genere, che non mi fanno onore.

Quindi lo abbracciò forte. Gli carezzò la testa e i capelli. Romoaldo cominciò a singhiozzare tenendosi stretto a suo padre. Scoppiò in un pianto così profondo e liberatorio che il padre non fece nulla, ascoltò le parole che gli schiusero il cuore, e che chiedevano scusa. La madre disse soltanto:

- Stiamo lavorando sodo per voi figli. Sappiamo che non ci deluderete. Vediamo che ti impegni. Per cui ascolta tuo padre, ascoltaci, e ti andrà bene nella vita, figlio mio.

Finì così. Romoaldo questa volta capì cosa i genitori provavano per lui. Ne ebbe la conferma. Ora era rinfrancato e si propose di non seguire mai più gli amici in faccende contorte.

In canonica il Prevosto tardò ad arrivare e i genitori dei ragazzi cominciarono a spazientirsi. Con loro c’era solo il sacrestano che era rimasto per accoglierli e non li degnò di uno sguardo. Continuò a sbrigare le sue faccende, quasi come se non ci fossero.

Cominciarono a guardarsi intorno. Nessuno di loro si conosceva se non di vista. Ognuno pensava, sperava, che il proprio figlio fosse stato trascinato nella bravata dagli altri amici, anzi ne erano convinti. Non si rivolsero la parola l’un l’altro come per mantenere le distanze dalle famiglie di chi coinvolgeva il proprio figlio in guai seri.

Arrivò il Prevosto. Disse poche parole, con calma, come si addice ad un prelato:

- Signori buona sera. Scusate il ritardo.

E continuò dicendo cosa era successo in occasione della scampanata. La prima domanda che fece uno dei genitori fu quella che mandò su tutte le furie il sacerdote:

- Come fa a dire che è stato mio figlio a fare queste cose?

Maledizione, pensò in un attimo il prelato, non si preoccupano dei ragazzi, di come crescono, del loro futuro, ma della loro reputazione di genitori. Ma il prete si controllò in un momento e la rabbia scemò. Da un lato era comprensibile che chiedessero questo, forse volevano accertare la verità e, d’altro canto, anche accertare i fatti era forse una sorta di cura per i propri figli.

- C’è un filmato - rispose Don Vittorio seccato - che qualcuno ha caricato in internet, signori … se pensate che non siano stati i vostri figli lo consegnerò ai carabinieri con contestuale denuncia contro ignoti, così sapranno dirci loro chi sono i responsabili. Che ne dite?

La risposta venne d’istinto dagli adulti.

- No, ci scusi, siamo tesi anche noi, Don. Ha fatto bene a chiamarci qui e a metterci al corrente. Anche se, penso, i nostri ragazzi, tutti spero, ci hanno già detto quanto è successo e sono stati messi in punizione ... comunque … ci suggerisca qualche cosa lei, ci dia qualche consiglio per i nostri ragazzi.

Queste parole addolcirono gli animi. Il prete precisò che era sua convinzione che i loro figli non fossero cattivi ragazzi, ma che c’era il serio pericolo che lo diventassero. Avevano la “pazzia dei giovani”, secondo lui, e loro dovevano aiutarli; magari con una punizione severa affinché comprendessero quali fossero i loro limiti, ma non con rabbia, spiegò, mai con rabbia. E così fu. Ad ognuno la propria punizione, con la benedizione del prete.

Don Vittorio era persona schietta e decisa. Il più delle volte, se riteneva che fosse il caso, dopo una parentesi diplomatica, diceva diritto in faccia quello che pensava. Qualcuno forse lo detestava per il suo modo di essere, ma, per i suoi ragazzi, per tutti i bambini, si sarebbe fatto in quattro. Rivelava per essi una sensibilità straordinaria.

Passarono parecchi giorni prima che gli amici potessero riunirsi di nuovo nella piazzetta.

Arrivò novembre e qualche pioggia. Era da un pò che Gianni insisteva per avere qualche spunto poetico da Romoaldo per una nuova ragazza.

- Ma non ti vedi più con Martina?

- Sì, non ti preoccupare, voglio farla solo ingelosire.

- Mo' ci credo Gianni, secondo te?

Romoaldo tirò a lungo fino a che Gianni se la prese a male. Fu costretto praticamente a scrivere al momento, e lo detestava quando faceva così.

Martina passava molte ore in palestra a fare esercizi di ritmica e alcuni sabati era impegnata nelle gare competitive, dove non raramente vinceva. Era molto dotata e si impegnava tenacemente. Era tra le prime ed arrivare in palestra e non trascurava di perfezionare ogni movimento, ogni esercizio. Era la leader del gruppo, quasi un modello di femminilità e gusto. Non era particolarmente vanitosa, forse perché non ne aveva bisogno, anzi spesso si immedesimava nelle amiche e se poteva le aiutava quando avevano un problema. Le aiutava, ma come farebbe una ragazza che è conscia delle proprie potenzialità e che potrebbe stare sul piedistallo ogni quando vorrebbe; in qualsiasi momento.

Un sabato pomeriggio Martina suonò il campanello della casa di Romoaldo. Rispose proprio lui e rimase sorpreso.

- Scendi per favore Romo!?

Ci mise un secondo. Nel frattempo pensò fosse successo qualcosa agli amici. Il tono di Martina era preoccupante. Ma no, - pensò, - se no mi avrebbero chiamato al telefonino.

- Ciao Martina, dimmi, è successo qualcosa?

- Ciao, ho bisogno del tuo aiuto … con Gianni … devi darmi una mano.

- Che è successo a Gianni?

- Io ho bisogno di aiuto, Romo … non lui.

Non aveva capito al volo, la guardò come si guarda un film muto, cercando di scoprire dalle espressioni quello che ancora non si era compreso dalle parole.

- Dimmi … sono tuo amico … sono tutto orecchi.

- Ecco, sei mio amico … ma Gianni è un deficiente! Ti ha chiesto di aiutarlo negli ultimi giorni, vero? - Romoaldo sgranò gli occhi mentre lei finiva di parlare. - Tipo che ha adocchiato una ragazza e voleva la tua complicità per conoscerla? Vero?

- No ... cioè, mi detto che voleva farti ingelosire e mi ha confidato che ...

Romoaldo ci era cascato! Le ragazze ci sanno fare con le parole, soprattutto quando usano un particolare tono della voce, a cui in genere i ragazzi sono sensibili, e che la natura ha dotato di raffinata dolcezza. I ragazzi, il più delle volte, non sanno reagire a tale fascino.

- Lo sapevo, lo sapevo … è un bastardo, lo ammazzo, anzi la ammazzo, anzi ammazzo tutti e due. Devi aiutarmi, lo dobbiamo seguire, devo scoprire se è vero. Dammi una mano. Gliele voglio dire in faccia a quel disgraziato che non è altro.

Romo già si vedeva la faccia di Gianni infuriata, la reazione verso Martina, e soprattutto verso di lui. L’istinto di sopravvivenza prevalse e pensò alle parole da dire.

- Ascolta, io ti voglio aiutare, ma se per caso ci scopre Gianni, a te lo rinfaccerà per sempre, a me invece la faccia la spacca. Lasciamo stare, affrontalo e diglielo. Se hai dei dubbi è la cosa migliore.

- No, voglio esserne sicura prima, poi lo mollo quel defi. Per sempre! E poi le mie amiche me lo hanno già detto che gira intorno a una di prima C.

- Allora se lo sai, vai e diglielo.

- Lo voglio beccare sul fatto. Non voglio che ci siano dubbi se devo mollarlo.

- E se ti scopre lui e si accorge che lo pedinavi, prima che tu lo sorprendi? Che figura ci fai?

- Romo non difendere il tuo amico … lo so che ci tieni. Ma se tieni anche a me come tieni a lui, aiutami.

- Non lo difendo, se lo ha fatto è un pistola! Ma io cosa ci posso fare?

Martina si calmò.

- Lo so che all’inizio sei stato tu a ispirargli alcune delle cose che mi hanno fatto innamorare, Romo. Me lo ha confessato lui, serenamente. Mi ha detto che tu sapevi trovare le parole che lui sentiva dentro, anche perché lui non è tipo di parole, ecco tutto. Per cui so bene chi è Gianni. Ma io voglio essere sicura del suo amore, voglio sapere se è vero che sente quelle cose per me. Come hai aiutato lui ora aiuta me, Romo!

Romo si rifiutò. Forse non solo per paura; aveva rispetto di Gianni.

La determinazione di non partecipare ad un gesto basso, dettato solo dalla rabbia, lo persuase a dire di no. Capiva lo stato d’animo di Martina, ma rifiutò fino a che lei se ne andò senza salutarlo, voltando le spalle seccamente. Fu umiliante.

Più tardi Romo andò in piazzetta. C’erano tutti. Mancava soltanto Sergio che dalla litigata per la scampanata non era più venuto. Anche in classe teneva le distanze con loro. Romoaldo era giù di tono, molto giù. Non si confidò con gli amici, erano su di giri per qualche birra e avrebbero buttato tutto sul ridere.

- Dai fatti una birretta - disse per risollevarlo Riccardo - Io e Luigi siamo alla terza … mi pare … tu vienici dietro.

Erano partiti. L’alcool cominciava a portarli via con sé, tra fumi ovattati senza colore. Romoaldo ordinò una birra, ma si limitò a quella. Aveva tutte le intenzioni di mantenere la parola data ai genitori. Gianni giocherellava col telefonino quando gli arrivò uno squillo e si allontanò di fretta, ma gli altri fecero in tempo a sentire la voce di una ragazza. Finita la breve conversazione prese lo scooter e se ne andò senza salutare. Poco dopo cominciò a piovere e i ragazzi lasciarono la piazzetta. Riccardo e Luigi non erano in grado di guidare i ciclomotori, ma nessuno degli amici disse nulla. Passò qualche ora quando a Romoaldo arrivò una telefonata da Gianni. Non aveva il solito tono, quasi piangeva: Luigi aveva avuto un incidente col motorino, era all’ospedale di Legnano; era grave. Tutti gli amici stavano andando lì e non sapevano in che condizioni fosse.

Romoaldo si fece portare dal padre al pronto soccorso. Trovò silenzio, una sala d’attesa senza sospiri. Alcuni sembravano guardare persi nell’aria, tra pensieri che nessuno osava narrare. Mara andò verso di lui, lo accolse con un tiepido sorriso e il volto pieno di lacrime che cercò di asciugare prima di dargli un bacio. Pian piano gli amici lo misero al corrente dei fatti. Luigi aveva perso il controllo del veicolo durante una corsa forsennata lungo la statale del Sempione, ed era caduto improvvisamente andando a finire nella carreggiata opposta. Un veicolo che sopraggiungeva era andato fuori strada per evitarlo e il conducente era anch’egli ricoverato. Fu la prima volta che quei ragazzi videro il dolore in faccia, reale, freddo e meschino, toccare uno della loro età. La madre di Luigi era pallida per il pianto che le smorzava la gola; ancora si vedeva la sofferenza nei suoi occhi quando, senza pensare ad altro, guardava con un rapido movimento degli occhi i ragazzi accorsi. Pareva respirare a fatica tenendosi stretta al marito. Luigi era ancora sotto i ferri e i medici non dicevano nulla. Ad ogni camice verde che passava tutti facevano drappello per sapere qualcosa, ma la risposta era ormai un rituale invito alla pazienza e alla speranza.

Passò qualche minuto e arrivarono gli agenti della polizia locale per sincerarsi delle condizioni del ragazzo e per parlare con i genitori. Ovunque era dolore, ogni attimo, ogni respiro, ogni sguardo.

Riccardo era con Luigi quando ebbe l’incidente. D’istinto aveva messo il suo scooter di traverso sulla carreggiata per riparare l’amico, con le luci accese, in modo che i conducenti degli altri veicoli non lo investissero. I poliziotti ascoltarono anche lui. Era molto spaventato, ma aveva mantenuto il sangue freddo in quella drammatica circostanza.

Finirono il lavoro in fretta, fu come una semplice pratica che passa sopra una scrivania. Uno dei due poliziotti neanche era sceso dal veicolo, dava ordini al collega che scriveva il rapporto e telefonava continuamente, ridendo di chissà quale cosa.

Il tempo passava e pian piano gli amici tornarono a casa, tranne Riccardo; volle stare con l’amico. Luigi uscì dalla sala operatoria intorno alle 22. Non era in pericolo di vita ma c’erano state complicazioni. I medici controllarono ogni ora le sue condizioni, per tutta la notte, tranquillizzando la madre.

Il mattino seguente, alle 10 della domenica, più o meno tutti gli amici giunsero all’ospedale. C’era anche Sergio. Romoaldo lo aveva avvisato, e non era stato l’unico. Luigi dormiva ancora. Era sfinito ed era sotto l’effetto dei sedativi. Il viso era tumefatto e respirava a fatica. Aveva grossi lividi e estese abrasioni sul corpo, almeno per quello che si poteva vedere. La madre non gli lasciava la mano un solo istante, seduta di fianco, con la notte addosso e il pianto che ormai non aveva più la forza di uscire. Continuava a carezzarlo e a parlargli sottovoce, come se non volesse svegliarlo. Il padre stette tutto il tempo senza parole, era il loro unico figlio. I ragazzi si tenevano a distanza, quasi per rispetto. Parlavano sottovoce. La madre fece loro un cenno di saluto e tornò a guardare il figlio. Non si era mai allontanata da lui, ma quando vide arrivare Riccardo, che era venuto poco dopo gli altri, si alzò. Lasciò il figlio e lo abbracciò forte. Tra le lacrime, che le tornarono prepotenti, ringraziò l’amico di suo figlio, era convinta che gli avesse salvato la vita facendogli scudo nel buio della strada. Gli amici allora si strinsero intorno a Luigi e ai suoi genitori. Ci furono lacrime su tutti i volti, incoraggiamenti e sorrisi: il dolore pareva passato per un istante, o almeno nascosto nel fondo dell’io, come se fosse tornato nel buio che sta dietro ogni cuore.

Per tutta la settimana a scuola l’argomento degli amici fu Luigi, le visite all’ospedale e, perché no, anche il lavoro sui libri. La frase che risuonava maggiormente tra le classi era il dubbio che nella vita non servissero tutte quelle nozioni astratte sulla storia, le lingue morte e le opere passate, che richiedevano disumani sforzi per apprenderle.

I ragazzi vedevano assottigliarsi le ore di luce e, in prospettiva, avvicinarsi l’inverno. Tra gli amici c’era Sergio, che ormai era tornato a frequentare il gruppo. Non ci furono grandi chiarimenti tra lui e Gianni. Cominciarono semplicemente a parlare delle cose di ogni giorno, e si accettarono come sanno fare due amici; sapendo che, in tutta onestà, la colpa non era tutta dell’altro. Di giorno in giorno giungevano notizie che Luigi stava migliorando pian piano e si diffuse un certo ottimismo. 


Arrivò sabato sera. Romoaldo assisteva in oratorio a una rappresentazione teatrale dei giovani parrocchiani. Tra loro c’era Mara. Impersonava la ragazza di Cirifischio in “State buoni se potete” e lui ne andava fiero. Lei indossava con leggerezza gli abiti cuciti da mani non troppo esperte, ma di fine tessuto, quasi fosse un lembo di cielo adagiato sulla soffice pelle olivastra. Osservava ogni movimento, pesava ogni parola, ogni cadenza proferita dalla ragazza che amava. Lei assunse movenze che pareva sgorgassero dalle pagine di Proust. La stessa raffinata atmosfera di profondo senso estetico. Da sola riempiva il palcoscenico, recitava con la voce, con lo sguardo e coi gesti. Riusciva a rendere la purezza del personaggio sebbene si trattasse di una reietta della società d’allora. Non era solo un’attrice: era davvero a Roma nel ‘500.

Romoaldo rimase incantato dalla capacità di organizzare uno spettacolo quasi dal nulla. Dalla sola volontà di portare il messaggio del genuino cristianesimo, quello che tutti sanno che potrebbe esistere anche nel proprio cuore. Il suo animo poetico ne fu colpito. Decise di ascoltare Mara e di cominciare a frequentare l’oratorio della cittadina.

Finita la recita attese con impazienza che lei uscisse dai camerini. Anche se alcune locuzioni che sentì dagli addetti ai lavori frantumarono il magico mondo creato sul palco, rimase nei suoi occhi l’immagine di quanto di bello può essere fatto dall’uomo. E così, vedutala, l'abbracciò tra un delicato sospiro ed un tenero bacio sul viso. La casa di Mara non era lontana e, invece di farsi accompagnare dai genitori che l'avevano attesa, preferì passeggiare con lui. Ci fu un lungo silenzio tra i due. Sentivano soltanto il tocco della mano, palmo a palmo, e l’aria quasi fredda che incontravano di quando in quando sul viso. Il silenzio accompagnava i loro pensieri e le poche parole fino ad allora dette.

- Tu credi in Dio? Intendo dire veramente. - Chiese Mara.

- Io sento che qualcosa esiste, qualcuno sopra all’uomo …

- Sei felice? - Chiese ancora interrompendolo.

- Qualche volta. - Rispose.

- Come qualche volta? O sei felice o non lo sei.

- Io penso che la felicità ognuno debba costruirla da sé. Ognuno di noi suppongo abbia la capacità di essere felice; se qualche volta non lo sei, dipende da te, dalle tue scelte. Oppure dalla ostilità degli altri … se non sei felice, io penso, devi fare qualcosa per esserlo, se solo ti è possibile.

- Ma è troppo semplice così. È riduttivo.

- Sarà pure semplice come dici, ma se vuoi essere felice devi fare tu qualcosa. A volte il fare è accontentarsi. Altre volte devi darti da fare davvero. Leonardo sosteneva che il Creatore ha dato ogni bene all’uomo al prezzo dello sforzo. Se credo in Dio? Sì, credo in Dio, per il solo fatto che abbiamo la possibilità di essere felici. Quindi sì, ci deve essere Dio.

Lei si fermò e lo abbracciò. Si tenne stretta a lui fino a che cominciò a sentire il calore del suo corpo.

- Sto bene così. - Gli disse.

- Non hai freddo ora.

- Sto bene con te, Romo.

- Romoaldo, dillo tutto il mio nome, tu lo rendi bello.

- No, è più bello Romo.

- Ma tu dillo comunque. Tu rendi piacevole ogni cosa. Il suono della tua voce tramuta ogni sillaba in un canto.

- Tu mi vedi così - lo interruppe - Mi vuoi bene e allora mi idealizzi.

- Non so se sia vero quello che dici. Ma se il cuor mio sente la dolcezza quando le tue labbra proferiscono parola, allora m'inganna, ove non fosse vero. Oh ingannami ancora cuore mio villano, come la luna inganna gli occhi miei vestendoti ora, davanti a me, della seta che colora il cielo, e la luce sua senza calore scaldi il mio pensiero come solo l’amore sa scaldare. Qual poca cosa sono se solo l’inganno sa parlarmi di te, amore mio.

- Sono io il tuo amore allora? - Chiese lei baciandolo con leggero tocco di labbra sulle sue.

- Dimmelo tu, se il mio cuore m'inganna allora parli il tuo che sa trovare le parole e suggerirle al mio.

- Allora l’amore tuo è un inganno, un artificio del tuo cuore? - chiese scherzando.

La carezzò in viso. Sospirò appena e disse:

- Oh, non essere severa col mio cuore. Se egli sbaglia quando ti vedo, la colpa è mia che gli occhi non chiudo al tuo splendore, e lui, attonito, non sa qual sia realtà o incanto.

Sorrise, sicuramente compiaciuta, stordita dalle parole che parevano dettate dall'istinto, nell’attimo esatto in cui venivano proferite. Mara aveva capelli castani e occhi di identico colore. La pelle aveva un lieve colorito bruno, il naso e la bocca, gentili. Era nel complesso di bell’aspetto ed era dotata di una particolare grazia nei gesti e nella parola.

Quella notte a lei parve ferma, immobile, in attesa del palpito d’ali su cui ogni pensiero di soffice suono all’anima parla.

- Hai freddo? - Ruppe il silenzio Romoaldo.

- Sì, ancora.

Mentre si abbracciavano si accese la luce di una finestra della casa di Mara. Insomma era ora di rientrare. I due si diedero ancora un bacio, un ultimo bacio gentile, che divenne pian piano, tra loro, una dolce passione, che sa rendere tenera e piena una fredda sera d’autunno.

- Ciao Leonetta, allora. - Sorrise.

- Ciao … Romoaldo. - E gli strinse un’ultima volta la mano per salutarlo e andò a casa.

sabato 17 ottobre 2015

Dei ragazzi della scuola e dell'amore - sesta puntata

ancora in compagnia dei ragazzi

SESTA PUNTATA

                           Cap. 4 La resa dei conti

La mattina successiva tutti in classe. I prof già da qualche giorno li avevano messi a lavorare e loro, malvolentieri, cercavano di stare al passo con gli studi. Tra tutti, Romoaldo era quello più disposto a “sudare” sui libri, ne provava una sorta di piacere; per lui ogni concetto nuovo, ogni approfondimento, era una scoperta, un’avventura, quasi una conquista.

All’intervallo Mara chiese a Romoaldo se quella domenica era disposto ad andare con lei e le amiche dell’oratorio e in chiesa.

- Va bene, ci verrò. - Lo disse, ma malvolentieri. Non era abituato, non la sentiva una cosa sua. E l’espressione del viso lo tradì.

- Dai provaci Romo, ci tengo. Poi vedrai che ti piacerà davvero. - Disse cambiando tono. Il sorriso e l’interesse che aveva per lui lo indussero a ripensarci.

- Ma sai io la domenica mattina studio un po', poi esco con gli amici a fare un giro, verso mezzogiorno.

I genitori di Romo non frequentavano la chiesa, erano troppo indaffarati a sbarcare il lunario. La madre andava a fare le pulizie un paio d’ore in un ufficio la domenica mattina. Il padre si godeva l’unica vera giornata di riposo e, per aiutare in casa, preparava il pranzo. In effetti entrambi dicevano ai figli di andare in chiesa, lo ripetevano parecchie volte, ma mai nessuno lo fece, finché si stancarono di ripeterlo. Insomma Romoaldo non era proprio dell’idea.

- A che ora ci vediamo Mara?

- Alle 9,45 in piazza. La funzione inizia alle 10, ma si va un momento prima per sistemare un pò. Ok?

Suonò la campanella e i ragazzi andarono nelle proprie aule. Il pomeriggio di sabato alcuni si trovarono in piazzetta. Non avevano i ciclomotori e non potevano muoversi troppo. Cominciavano ad annoiarsi. Non si sa come spuntò fuori un pallone. Qualche passaggio, dei tiri e si finì a giocare una partitella. Le ragazze non c’erano. Martina era a ritmica, ad una delle sue gare in trasferta. Mara era all’oratorio e le altre chissà dove. Terminata la partita Diego si avvicinò a Romo.

- Sai quelle poesie che scrivi per le ragazze? - Disse asciugandosi il sudore della fronte con la maglietta, - quelle d’amore che mi hai dato a scuola?

- Sì, più che dato io le hai volute tu, e poi Giovanna ti ha beccato che nemmeno le sapevi. - Rispose Romoaldo.

- Ho conosciuto una ragazza l’altro giorno, mi piace, e stasera devo andare da lei, a casa sua, per un ripasso di storia … insomma se hai una poesia magari gliela regalo, sai com’è.

- Magari … ma tutti da me venite? Ne trovi quante ne vuoi sui libri di letteratura.

- Lo so, ma le tue sono originali, mi serve, dai.

- La verità e che non avete voglia neanche di cercarvele … si … passa da me prima di andare da lei, te ne do una, già su pergamena, così farai anche bella figura … ma almeno leggila stavolta.

- Sei un’amico Romo, chiedimi qualunque cosa.

Smisero di giocare sudati e contenti e andarono al baretto.

- Chi si fa una birretta, raga?

Romoaldo un pò sconsolato confidò agli amici che l’indomani mattina sarebbe dovuto andare in chiesa con Mara.

- Ci tiene, ma proprio non mi va, non conosco nessuno, che ci vado a fare in chiesa?

- Anche io devo andarci, se no i miei mi fanno una menata. - Disse Diego. - Troviamoci lì alle 10 così poi ci facciamo l’aperitivo senza che ci vedono i matusa.

I genitori di Diego lo spingevano a frequentare la chiesa, e il più delle volte gli toccava andare alle funzioni domenicali. Questo diede slancio a Romoaldo, anche perché ci teneva a non deludere Mara.

Così venne la domenica mattina. Mara si aspettava di vedere Romo intorno alle 9,45; aspettò con pazienza poi, alquanto seccata, perché non lo vide, entrò, salutò gli amici, andò in canonica e, salutati anche il prete e il sacrestano, si diede da fare con le panche e i foglietti della messa, che erano da sistemare dopo la funzione delle 8,30. Faceva tutto non trascurando di guardare in giro ogni tanto, per vedere se Romoaldo fosse arrivato. Ma la funzione iniziò.

In realtà il ragazzo era arrivato pochi istanti prima che iniziasse la messa, ma Diego aveva insistito per rimanere in fondo, tra le ultime file. L'amico non taceva un momento, commentava tutto ridacchiando sottovoce, faceva ogni cosa tranne che stare attento a ciò che accadeva in chiesa. Tacque soltanto quando il prete, nell’omelia, commentò i fatti, successi ad inizio settimana, relativi alla scampanata a suon di musica. Fu un'esternazione molto amara, quasi pesante, sul rispetto del luogo sacro, del sentimento religioso di chi lo frequenta e sulla educazione alla vita che i rispettivi genitori non erano riusciti a far comprendere ai figli; sul valore del convivere civile.

- Spero - disse il prevosto alla fine - che questi ragazzi ricevano le dure conseguenze del loro agire, pari alla loro insensibilità e alla loro inciviltà.

Vi fu silenzio in chiesa. I due ragazzi rimasero immobili. Qualcuno forse li aveva riconosciuti poiché si sentivano osservati, molto osservati. Dopo qualche minuto passò la signora col cesto delle offerte. Sarà stata soltanto una sensazione ma pareva proprio che li fissasse, con occhi che sembrarono penetranti. Tacquero per il resto della messa e non si mossero dalla panca neanche alla fine, facendo finta di leggere i foglietti, nella speranza di evitare i presenti e di filarsela a chiesa svuotata.

- Ah, eccoli qui.

- Mara.

- Sì, potevo così aspettarti.

- Ci sono! E stavo leggendo il foglietto.

- Ho visto, ma avresti potuto cercarmi o farmi un cenno, avrei evitato di guardare per tutto il tempo in giro.

Silenzio.

- Dai che ti presento al Prevosto.

Ancora più silenzio.

-Ah, sta arrivando il sacrestano, comincio a farti conoscere lui.

Profondo silenzio, glaciale.

Era come se in chiesa fosse apparso un cherubino e avesse congelato i due ragazzi, seduta stante, sulla panca. Non sapevano come uscirne, il sacrestano aveva visto benissimo Diego insieme a Gianni quel giorno, mentre gli chiedevano spiegazioni per dare il tempo a Riccardo di cambiare il CD.

La fortuna volle che il sacrestano fu “placcato” da una signora che lo trattenne parecchio tempo, così, nell’attesa che si liberasse, il prete andò via e Diego trovò la scusa che doveva scappare dai suoi che lo aspettavano per andare dai nonni, e se ne andarono.

Il mattino successivo, all’entrata della scuola, Romoaldo scoprì che tra i ragazzi girava il video della scampanata e visti gli altri cercò di avvertirli.

- Avete sentito, raga? Siamo su internet, siamo famosi ... ah ah ah. - Stava già dicendo Gianni agli amici.

- Mitico … siamo grandi, tutti si ricorderanno di noi!

Suonò la campanella d’entrata e la discussione sfumò tra i flussi degli alunni.

In classe c’era già la prof d'italiano. Romoaldo era ammutolito per quella notizia, non ne era contento, aveva paura che la voce giungesse ai suoi. Che li addolorasse, soprattutto la madre. Non commentò euforico come gli altri, e ne aveva tutte le ragioni.

Nel tardo pomeriggio arrivò una telefonata a casa dei ragazzi coinvolti dalla bravata. Era la parrocchia. Fu chiesto gentilmente se la sera successiva i genitori dei ragazzi avrebbero potuto recarsi in canonica per un breve colloquio riguardante i loro figli. Nelle case l’aria divenne bollente.

Dopo un breve e finto sbigottimento, alcuni confessarono subito il probabile motivo della chiamata. Scattarono punizioni esemplari, quasi delle ritorsioni. Tra i genitori ci fu chi parlò più con le mani che con la bocca, pensando che quello che i loro figli non riuscivano a capire con le parole l’avrebbero compreso più efficacemente col dolore. Altri li umiliarono con insulti irripetibili. A Romoaldo toccò la cosa per certi versi peggiore. Dopo aver confessato con parole tristi e un atteggiamento sommesso il padre gli gridò in faccia quanto fosse deluso, gli vomitò addosso che gli altri fratelli erano meglio di lui, che era un ingrato, gli scaricò addosso tutta la rabbia e la vergogna che provava. Il ragazzo provò ad accennare una spiegazione. Nulla, lo fece infuriare di più. In un accesso d’ira, gesticolando, urtò il televisore che rovinò a terra. La rabbia divenne furore, si avvicinò al figlio minaccioso. Fu l’intervento della madre, che vide il marito fuori di sé, a calmarlo il tanto che bastò ad evitare conseguenze peggiori. Fu un trauma per Romo. La lezione l’aveva imparata, ma le parole del padre lo svuotarono della stima che ogni adolescente è bene che abbia.

I ragazzi passarono tutti dei momentacci, ma chi tra loro aveva un carattere “forte e indifferente” in breve ci passò sopra. I genitori dal canto loro, dopo la sgradevole sensazione di vergogna e di collera, cominciarono a chiedersi perché il Parroco intendesse incolpare proprio i loro figli; iniziarono a domandarsi quali prove avesse e quali intenzioni lo muovessero e, soprattutto, come si permetteva di avanzare certe accuse … e via discorrendo; il tutto, senza neanche aver sentito cosa avesse da dire il sacerdote e, soprattutto, con quali propositi.

Il mattino seguente a scuola i ragazzi erano infuriati. Nel corridoio all’intervallo si chiesero chi avesse messo in rete il filmato.

- E’ tuo il telefonino del menga che ha ripreso la scena, Sergio, che cavolo ci hai fatto, a chi l’hai dato, imbecille? - Accusò Gianni tenendo Sergio per la maglietta. Anche gli altri erano infuriati e non difesero l’amico. Aspettavano una risposta. Che arrivò con voce tremante.

- L’ho passato a tutti voi, lo avete voluto tutti il filmato, cosa volete da me.

- Si può sapere chi ha messo di mezzo internet, allora? - Chiese Riccardo.

- Demente, dicci chi è stato, tu lo sai! Se no ti gonfio, sei tu quello fissato con ste cose. - Incalzò Gianni. - tu e la tua idea di vacca di riprendere tutto col telefonino.

Sergio non sapeva più cosa dire e allora dopo le parole seguirono i fatti. Gianni strattonò Sergio con violenza, una, due, tre volte, finché Sergio reagì per difendersi. Era quello che Gianni aspettava per colpire l’amico più volte … finché gli altri li separarono. Sergio era pestato per bene. E agli altri non dispiaceva granché. Sapevano che probabilmente non era stato lui a mettere il video su internet, non si sarebbe mai auto incolpato, ma poco importava, aveva fatto lui il filmato e un responsabile dovevano pur trovarlo.

Visto il trattamento subìto, Sergio andò su tutte le furie e proprio mentre suonava la campanella gridò col fiato che aveva in corpo:

- Bastardi, però ieri mattina ridevate anche voi: “siamo famosi, siamo famosi” e adesso è solo colpa mia … io non so neanche chi l’ha messo quel file in giro, bastardi!

Lasciarono lì Sergio, con le sue botte, a guardarsi la maglietta strappata e i graffi sul petto. Erano troppo presi con le loro punizioni, con i loro problemi.

sabato 19 settembre 2015

Dei ragazzi della scuola e dell'amore - seconda puntata

L'avventura dei nostri ragazzi prosegue

seconda puntata



La voce si sparse, Romo ci sapeva fare con le ragazze, anche se, stranamente, non ne aveva una: i suoi amici cominciarono a chiedergli ogni tipo di suggerimento, frasi, versi e quant’altro. La notizia si diffuse anche troppo e le ragazze cominciavano a insospettirsi di sentire declamare così tanti versi da chi, fino all’altro ieri, non sapeva neanche esprimersi correttamente nella lingua natìa. 

Per Romoaldo le cose andavano bene, era voluto da tutti; amici, amici degli amici, e compagni d'istituto. Si era fatto una “posizione”, si era cucito un ruolo che non lo vedeva più emarginato. Anche altri cominciarono a cimentarsi con la poesia, credendo fosse la chiave che apriva ogni cuore. Niente di più falso! 

La poesia è arte che sorge dal cuore, al momento, e non va recitata come fosse una sorta di formula magica, occorre “sentirla dentro”, deve aprire il cuore di chi la declama prima e di chi ascolta poi ... Insomma la ragazze spesso sono molto astute, e si accorgono facilmente che qualcosa non va: troppi poeti, troppi amori, troppi versi, troppi … tentativi. E poi il culmine ci fu quando nella foga di chiedere a questa o quella di uscire, alcuni usarono le stesse parole, le stesse espressioni. Un disastro! 

Di chi volete che fosse la colpa? Di chi faceva passamano delle frasi senza un criterio e, infine, fu di Romoaldo, che ne sfornava come se fosse la catena di montaggio della letteratura, a discapito dell’originalità. Alcuni amici per ovviare all'inconveniente, lo spremettero per farsi dire qualcosa di esclusivo, ma ormai il vaso s'era rotto, e le ragazze vedevano in giro solo “i cocci”, solo falsi pretendenti.

Ma Gianni ebbe un’idea di quelle che avrebbero potuto funzionare, se ben architettate. Voleva sorprendere Martina a casa sua e attirarla fuori, nel giardino, telefonandole, cercando di farla uscire alla finestra per parlarle, in modo che la sua ragazza si convincesse che lui non era un pallone gonfiato come gli altri, un attore che recita senza cervello.

Occorreva però che Romoaldo andasse con lui, ma senza farsi vedere, e che gli stesse vicino il tanto che bastava per udire le parole di Martina e suggerire qualche risposta ad effetto. In questo il giovane poeta era bravissimo: nel nascondersi molto meno.

E Gianni non era certo esperto nell’ascoltare e riportare in diretta le parole udite senza far capire che stava parlando con frasi di altri. Lo sapevano entrambi e si esercitarono per una sera davanti al televisore rispondendo alle parole di una attrice scelta a caso, in diretta, mettendo “muto”, e abbozzando, prima Romoaldo e poi Gianni, la frase che ritenevano adatta. Gianni si era convinto ancor di più: Romo molto meno. Così optarono per un semplice auricolare.

La sera successiva andarono all'ingresso della villetta di Martina, che era la secondogenita di due sorelle. Al telefono Gianni le aveva chiesto se poteva uscire al cancello, perché intendeva consegnarle un piccolo pensiero. C’era la luna e questo aiutava. Non aiutava il cane che scorrazzava in giardino annoiato e vigile ad ogni movimento pur di avere una qualsivoglia ragione per abbaiare e azzannare.

Martina uscì. Apparve nell’ombra. Era come se la luce dalla Luna l’avesse disegnata lì, in quell’istante, e la Luna stessa non potesse poi sottrarsi dal carezzarle il volto, tanto era dolce la sua pelle. Le sue forme erano splendide, come velluto o come tenero marmo levigato, opera d’un sublime artista. Gli occhi erano fermi a fissare Gianni, di un profondo cielo scuro, nella notte, come quel cielo che raccoglie un poco di flebile sole al crepuscolo dietro i monti, insomma poche scintille baciavano, con avida sete, le sue pupille. Si guardarono un istante.

- Dimmi…

- Ecco oggi ho visto ... ho pensato che tu … ti … fosse piaciuto ... Ecco. - E le diede un pacchettino, che lei prese con emozione.

- Bello, grazie.

E cadde un gelido vento dal nord sulla bocca di Gianni che non sapeva più come andare avanti.

A romperlo fu il tentativo di Romoaldo: cercò di parlargli, ma, il cane cominciò ad abbaiare e l’auricolare gli scivolò: e, nel tentativo di non farsi vedere, passò del tempo. Finché Romo disse a Gianni:

- Dai, dille che è la più bella ragazza che hai conosciuto. - E Gianni lo fece, e

aggiunse:

- Ho pensato tutto il giorno a te. In ogni istante.

- Anche io … ti ho pensato Gianni, sai ti avevo sottovalutato prima, ma conoscendoti penso tu sia una persona profonda. - Lei lo guardò con un sorriso invitante e tacque.

Romoaldo:

- Dille che ogni volta che la vedi il tuo cuore sussulta perché in lei vedi riflessa la bellezza del Genio che ogni cosa ha creato, che vedi la mano Sua, dolce, che così l’ha voluta, così come è … che il suo viso, i suoi seni, le sue mani hanno luce di puro intento creativo, come può essere l’acqua che dal cielo cade fresca, delicata pioggia, sull’erba, su ogni fiore, allorché tocca, scivolando, scrive interminati rivi e colorata vita. Dille che è come un’apparizione che la notte fonda … - Ma Gianni gli fece cenno di tacere. Erano d’accordo che a un certo punto Romoaldo avrebbe smesso, e intanto Gianni ridisse le cose suggerite, ma come se fossero nate nel suo cuore, con un tono sicuro e gentile, che commosse Martina.

- Non è vero tutto quel che dici di me, non sono bella come dici tu.

- Sarei bugiardo se non dicessi ciò. - Gli suggerì. - Ogni cosa che ti tocca, come per incanto diventa ancor più bella. E’ il dono di chi sa coi propri occhi ricordare che sotto il cielo vi è la grazia. Persino una carezza non è soltanto un gesto, ma arte, se l’oggetto su cui posa è il viso tuo.

Stranamente Gianni non sembrò più lo spavaldo ragazzo sfaccendato della scuola, ma uno che sapeva valorizzare le cose che lo circondavano, e quella sera, col suono della voce, riuscì a dar senso all’attrazione che aveva per Martina.

Come finì?

Che Martina aprì il cancello per baciare Gianni, e per poco non sorprese il suggeritore, che si era posto a distanza ma poteva esser visto, nascosto dietro il muretto di cinta. Romoaldo quindi balzò dentro la villetta. Vi lascio immaginare quando si trovò di fronte il cane di Martina che gli ringhiava.

Atmosfera rovinata.

Romoaldo raccolse veloce l’auricolare caduto a terra, prima del cane, lo nascose, e riferì, imbarazzato, delle scuse affrettate a Martina e a Gianni, del tipo:

- Vi volevo fare una sorpresa ma il cane ancora un po’ m’azzannava.

Pù tardi Gianni raggiunse Romoaldo e andarono via. Martina doveva rientrare quasi subito:

- Cavolo Romo faticavo a starti dietro, la prossima volta cerca qualcosa di più semplice da dirmi, di meno complicato: non ce la faccio a ricordarmi tutto, non so neanche come ho fatto a dire a Martina ogni cosa: ma dove sono scritte le parole che m'hai detto?

- Non ho riportato le parole di un libro, Gianni, mi sono venute al momento … dai la prossima volta cercherò di essere semplice.

- Ma no, ripensandoci a Martina sono piaciute, hai visto? Ho fatto colpo di nuovo.

E continuarono così per un bel po'. Era l’inizio dell’estate, e con essa si avvicinavano le prove di fine anno scolastico.

Aumentavano gli stratagemmi per ottenere voti decenti, le tecniche di copiatura, i ripassi miracolosi e gli appunti magici. Servirono a poco. Chi non aveva studiato aveva poco da stare allegro. I voti difficilmente si alzarono, e misero a rischio le vacanze. Non per Romoaldo, che al liceo era un divoratore di testi scolastici, e gli amici lo sapevano bene. Andava bene in molte materie tra cui matematica, latino, greco e italiano. E così gli amici cominciarono a strappargli promesse di aiuto, di passaggi di compiti in classe e di mai realizzati ripassi insieme. Alla fine tutto il peso dei voti di alcuni compagni si pose su lui, che purtroppo non sapeva dir di no.



Venne il fatidico giorno della prova di latino. Per molti era importante; passarla significava non doversi preoccupare di una materia strategica fino all’inizio dell’anno successivo. La prova consisteva in una traduzione di un classico in italiano.

In realtà il professore aveva già notato le manovre degli alunni al suo ingresso in classe: anni d’esperienza. I più disperati erano attorno ai tre o quattro “bravissimi” della classe, come avvoltoi sulla preda. Si poteva stilare la classifica dei più svogliati partendo da coloro che erano più vicini ai “secchioni”, e tra i secchioni ovviamente c’era anche Romoaldo.

Romoaldo non era di famiglia abbiente, terzo di quattro figli, il padre era un operaio ingegnoso e volenteroso, la madre arrotondava come poteva facendo la donna delle pulizie presso alcune signore della piccola cittadina in cui vivevano. Insomma non aveva disponibilità di beni al pari di Gianni, per esempio, la cui famiglia aveva una fabbrichetta di articoli plastici ed il padre era dirigente statale.

Ma i suoi genitori erano fieri che tutti i loro figli frequentassero le superiori, Romoaldo poi era il loro orgoglio. Molti altri compagni di classe erano anch’essi di famiglia facoltosa, i più erano figli di professionisti o imprenditori. Il denaro circolava in classe e Romoaldo, il più delle volte, lo vedeva, quando lo vedeva, soltanto passare nelle mani dei compagni. In quell'occasione qualcuno glielo offrì pur di avere un “aiuto”, e lui ne parlò al padre come di una cosa positiva. Il padre però andò su tutte le furie:

- Ti manca qualcosa forse? Ci facciamo in quattro io e tua madre pur di non farvi mancare nulla ... Non farti cacciare dalla scuola se no a tua madre verrà un colpo, che lavoriamo onestamente in questa casa!

Tirate le somme, Romoaldo comprese granché della reazione del padre, e ancor meno del pericolo dal quale avrebbe voluto metterlo in guardia. Così, non ascoltando, fu l’unico della sua classe che cominciò a passare davvero qualche foglietto ai furbetti, perdendo tempo e distraendosi continuamente, fino a farsi sorprendere dal professore. Fu una tragedia!

Romoaldo gettò a terra un foglietto per Andrea il compagno che stava nel banco dietro al suo. Andrea nell'intento di raccoglierlo vide il professore avvicinarsi, lo vide provvidenzialmente, con la coda dell’occhio. Il prof ovviamente aveva assistito a tutta la scena: giunto dietro i banco di Romoaldo raccolse il foglietto lasciato in terra e, chiamato il ragazzo alla cattedra, gli chiese a chi fosse destinato. Nessuna risposta.

- Ad Andrea vero? - Domandò più precisamente. Ma vi fu ancora mutismo.

Obiettivamente la sua parte Romoaldo l'aveva fatta, non aveva parlato fino a far adirare il professore di latino che, tutti sapevano, era una persona poco paziente con chi cercava di prenderlo in giro. Si era meritato il soprannome di “notaio”, vista la facilità con cui scriveva note ad ogni occasione. Insomma, non poteva capitare peggio, il nostro amico.

Dicevamo che Romoaldo la sua parte l'aveva fatta, e per non mettere nei guai l’amico non dichiarò che il biglietto era diretto a lui, come da precedenti accordi. Ora però sarebbe toccato ad Andrea dimostrare la sua amicizia e assumersi la sua parte di colpa, evitando di costringere Romoaldo a non rispondere e a far irritare maggiormente il professore, il quale attese nervosamente per qualche secondo. Mentre attendeva il docente gesticolava nervosamente col registro di classe, che aprì più volte e richiuse, tradendo un profondo nervosismo. Ma Andrea si guardò bene dall’accusarsi. –“ tanto che cosa lo dico a fare che il biglietto era per me, Romo si è fatto beccare come un fesso, non mi son mica fatto beccare io, devo rimetterci io perché lui si è dimostrato una quaglia?”

E così fece. Romoaldo fu accompagnato in presidenza, in attesa dei genitori. La cosa assurda, nell’assurda situazione, è che Andrea neanche gli aveva anticipato i soldi promessi.

Non vi dico le lacrime e le minacce di cui fu oggetto: madre e padre si sentivano presi in giro, visto l’ammonimento del giorno prima. Il Dirigente scolastico guardò più volte il professore mentre i genitori imbarazzati chiedevano spiegazioni al figlio. Romoaldo abbozzò poche parole confuse dalla paura; quanto di più sbagliato ci sia per discolparsi! Il suo compito fu annullato e gli fu dato 3. La media fu rovinata con la conseguenza che perse la borsa di studio messa in palio da una famiglia in vista della cittadina, e che lui era quasi riuscito ad ottenere con immane fatica, la quale andò a chi proprio non ne aveva bisogno. I genitori, di conseguenza, quell’inizio d’estate lo tennero chiuso in casa, mentre gli altri suoi amici si godevano le vacanze. Tirando le somme un disastro.

sabato 12 settembre 2015

Dei ragazzi della scuola e dell'amore


Buongiorno, sono passati cinque anni da quando è stato pubblicato il mio primo libro. In verità non sembrava dovesse andare così, ma ogni amico, ogni conoscente ne volle una copia, in un passaparola che sfuggì loro di mano. 
La storia in realtà non è nata come tante altre, non è frutto di un'ispirazione, brulicava già dentro di me, nelle radure della mia coscienza, poiché, per larga parte, vi riporto le emozioni della mia prima età: l'adolescenza.
Il linguaggio è quindi serrato, rapido, essenziale, come quello dei giovani; e trasognante, colmo di ideali, come solo i ragazzi sanno esserlo.
Non immaginavo che venisse letto e fosse oggetto di tanto parlare nella mia città e vi confesso che ciò mi ha incoraggiato. 
Il testo che pubblico in queste puntate è stato epurato dalle inesattezze e dagli errori che, anche se dissonanti, rendono vivo un racconto.
Ricordiamo che uno scritto, un romanzo, se "bello", deve essere imperfetto, come il suo autore. Manzoni, Flaubert, Goethe, non avevano correttori di bozze, né editor e tantomeno uno staff che analizzava il testo prima della pubblicazione come li intendiamo oggi: loro scrivevano davvero!
Il primo cartaceo è da tempo esaurito, ma confido che, seppur epurato dall'odore della stampa, dal fragore della carta, scivoli nella vostra mente, come se fosse lì, tra le vostre mani, puntata dopo puntata, fino a insinuare in voi quel desiderio di lasciare una traccia, un commento qui o sulla  pagina facebook del Luogodeisogni.
Dopo l'ultima puntata sarà possibile scaricare il pdf completo.

Prima puntata



Francesco Granito






Dei Ragazzi,
Della Scuola e
Dell'Amore






Prima stampa cartacea novembre 2010
Seconda stampa digitale riveduta luglio 2015




Fatti e personaggi sono immaginari. Questo libro è un'opera di fantasia, personaggi e luoghi citati sono invenzione dell'autore








“A mio figlio Riccardo,
pensando alla sua gioventù... “









Dei Ragazzi, Della Scuola e Dell’Amore


Cap. 1 La prima superiore

Romoaldo era un giovane che frequentava la prima superiore in una piccola cittadina del nord e aveva molti amici. Aveva la manìa di scrivere tutto ciò che gli passava per la testa. Pensieri, massime, appunti e versi, in un diario pieno di note, frasi e poesie, che custodiva gelosamente nello zaino della scuola e che ogni tanto, anche durante le lezioni, apriva, consultava, scriveva, ricalcava e appuntava. 

Non sempre però era attento e qualche volta capitava che lo dimenticasse sul banco, tra il verde sbiadito del tavolo, in bella vista. Talvolta se ne rammentava e allora, ovunque si trovava, correva all’impazzata a recuperare l’oggetto più sacro che esista, secondo lui. Ma una volta capitò l’assurdo: lo dimenticò coi suoi vivaci colori sopra lo zaino sulla sedia, in classe e, ancora peggio, non se ne ricordò che dopo la fine dell’intervallo quando lo vide alla portata di tutti. Perse quasi la ragione nel riporlo nel segreto delle sue cose, cercando di scorgere qualche segno che ne indicasse una qualsiasi profanazione. Ma parve che nessuno si fosse accorto del suo tragico errore. 

Finite le lezioni Gianni, uno degli amici di Romoaldo, uscì dalla scuola con aria assorta, pareva che ripassasse a memoria la lezione dell’ultima ora. Si fermò a guardare la ragazza che non aveva mai avuto il coraggio di avvicinare, se non per fare uno di quei soliti scherzi che tanto odiano le compagne di classe. Alcuni amici lo raggiunsero e si fermarono con lui. Cercò con scuse puerili di allontanare gli altri ma, vedendo allontanarsi la ragazza invece che loro, si decise e la raggiunse. La guardò deciso, e lei non capì, temendo un altro stupido vezzo. Lui le prese la mano sinistra e, baciando lievemente il palmo, cosa che lei permise soltanto per la gentilezza inaspettata, le sussurrò: 

- “Fuggi da me amore, se amore non sei. 
Nulla splende più della nera notte, che abbaglia e acceca quanto e più del sole. 
Nulla sazia più di dolci parole, se dolci sono al cuor che invano geme.
Nulla vale il respirar e trattener la vita, se non per rivederti ancora e ancora.” 

- Scusa non ho capito. 

- Mi sto esercitando ad amarti, Martina. - Le disse- 

Ciò che più colpì fu la prevedibile reazione degli amici che, parzialmente, udirono e videro ciò che accadde; la fanciulla invece non ebbe reazioni. 

Anzi, parve non essere presente a quelle parole, ma, credetemi, esse le risuonarono nel cuore ogni istante da quel momento in poi. Andò a casa pensando che fossero le parole più dolci che le avessero mai rivolto, pensando che quell’insensibile di Gianni si fosse rivelato un ragazzo meraviglioso, e che lei in fondo era orgogliosa che un pretendente l’avesse ritenuta attraente a tal punto, l’avesse considerata una persona preziosa, cui rivolgere quegli splendidi versi, davanti a tutti poi, sfidando l’imbarazzo generale. 

Il mattino successivo a scuola gli amici schernivano bonariamente Gianni, che per niente intimorito si mostrava orgoglioso di aver fatto colpo su Martina. Lei dal canto suo pareva non dar più tanto peso alle sue avances e la giornata finì così. 

Passò qualche giorno e Gianni fece avere un biglietto a Martina tramite una amica che era della sua classe. Ovvio, diede un biglietto per una ragazza alla sua amica e, insomma, l'amica ci mise un momento ad aprirlo, avendo cura di non lasciare segni sullo stesso o di sgualcirlo, e a leggerne il contenuto. Rimase di stucco, lo lesse e lo rilesse ancora. Ciò che vi era scritto, per lei, era magnifico. Lo chiuse con attenzione e lo portò a Martina come se fosse un diadema. E’ per te, disse, da Gianni. Martina neanche lo guardò. Lo mise via in tutta fretta, quasi infastidita. 

Le amiche in fondo la invidiavano, era corteggiata da molti, era oggettivamente bella, coi capelli come l’oro, il viso delicato e gli occhi di un verde chiaro, profondo ed espressivo. Era sicura di sé e anche sveglia. Si dava delle arie qualche volta, ma nessuno poteva negare che potesse farlo. Comunque mise via il biglietto. L’amica moriva dalla voglia di vedere la sua reazione, ma osò un solo timido tentativo: 

- Non lo leggi? 

- No! - E non aggiunse altro. 

In realtà in qualche modo le faceva piacere che Gianni, un bel ragazzo, avesse delle attenzioni per lei, ma non bastava certo qualche frase sdolcinata per farla interessare a qualcuno: lei poteva avere chi voleva, o quasi, non aveva bisogno di decidere in fretta, e Gianni lo sapeva. Finite le lezioni il ragazzo si avvicinò a Martina: 

- Hai ricevuto il mio biglietto? 

- Si, - rispose, - ma non l’ho letto. 

- Perché? 

- Perché volevi mettermi in imbarazzo davanti a tutti come hai fatto l’altra volta? 

Gianni ci rimase male. Il suo coraggio non lo aveva ripagato, anzi, aveva indispettito Martina. Ma era un giovane di prima superiore e non conosceva a fondo il complesso mondo delle donne. 

Arrivò sera. Martina aveva finito di cenare. Stava ripassando le lezioni quando si ricordò del biglietto. Forse la rabbia le era passata, e forse, in fondo, ciò che aveva fatto Gianni le era piaciuto, seppur faticasse ad ammetterlo a mente fredda. Comunque lesse il biglietto. Vi era scritta una semplice frase: “ancora t’ho sognato … eri tu stanotte tra la veglia e il sonno? quando Morfeo chiamava per nutrirsi dei miei sogni più belli.... splendida fanciulla, sublime apparizione.” 

Come poteva suscitare in un ragazzo tali sensazioni? Pensò proprio che Gianni fosse sincero nel mostrare questo interesse e, in verità fu colpita! La colpì l’animo, la sensibilità e la profondità di Gianni... e poi la vanità sa sussurrare le altre parole che solo le donne sanno sentire. 

Ma torniamo a Romoaldo. Da qualche giorno Gianni si mostrò molto più disponibile con lui. Si interessava a ciò che faceva e diceva e in verità Romoaldo non ne comprendeva le ragioni di questo cambiamento: ma ne era alquanto contento. 

I suoi amici ora lo consideravano come uno alla pari, soprattutto perché Gianni lo trattava come tale. 

Vero è che a loro a volte appariva sulla Luna, comicamente distratto, ma ora quel suo estraniarsi di ogni tanto era considerato come una peculiare caratteristica e non più una stravaganza. 

Accadde che “Romo”, così si erano messi a chiamarlo ora, ricevette un biglietto da Martina da consegnare a Gianni. L'amico lo recapitò non appena lo vide. Gianni lo aprì subito, lo lesse avidamente e cominciò a saltare di gioia nel corridoio della scuola. Era impazzito, ma di felicità. Abbracciò Romo di istinto: 

- Grazie Romo, Grazie! - andava ripetendo, - ti darei un bacio! - E poi ridendo si allontanò, in tutta fretta, verso la classe di Martina. Romo non ci capì granché, - mi ringrazia soltanto perché gli ho portato un biglietto - risolse tra sé, e fu contento per Gianni. 

Ma era sbocciato l’amore, almeno da parte di Martina che ormai aveva pensieri solo per Gianni. 

Romoaldo non sapeva che Gianni aveva usato alcune sue frasi, rubate per caso da stralci di una commedia dal suo diario, e che con esse continuava a scrivere a Martina ogni qualvolta si sentiva di farlo. Ma tutto si svelò! 

Qualche giorno dopo Gianni corse da Romoaldo e in tutta fretta gli chiese un favore: 

- Ho appena comperato un regalo per Martina, e vorrei scriverle un biglietto, - disse in tutta fretta, - dammi un’idea per una frase adatta. 

Ormai Gianni non temeva più di non avere Martina e richiese a Romoaldo un suggerimento, un verso, senza curarsi della reazione di quest’ultimo. 

- Cosa? Una frase? Per chi? 

- Per Martina, dai, non ho tanto tempo, sta andando via. 

- E io cosa posso farci, perché lo chiedi a me? - Disse Romoaldo meravigliato. 

- Dai ne hai tante nel tuo diario, l’ho letto l’altra volta, ne troviamo una in un minuto, così faccio il biglietto. 

- Hai letto il mio diario, Gianni, non dirmi che lo hai fatto? 

- Sì, l’ho letto, e non dirmi che la tua privacy ... sono solo stronzate ... ho bisogno del tuo aiuto, ci ho provato io tutta la mattina, ma non riesco … sono troppo agitato. 

- Devi solo dire quello che già hai dentro di te Gianni, e io... cavolo, mi arrabbio se tu mi prendi ancora il diario. 

- Romo, ti prego, siamo amici, dai … è l’ultima volta … 

Insomma cedette alla richiesta dell’amico e scelsero insieme una frase adatta, fatta al momento, praticamente da Romoaldo. Gianni gli promise amicizia eterna, “di quelle che ricorderai anche dopo quarant’anni”. - Fu solo l’inizio.